venerdì, 06 luglio 2007

Ovvero: considerazioni di una mancata cuoca provetta

Cipolla Autosufficiente
L'opera "Cipolla Autosufficiente" è una creazione di Semra, disponibile presso i migliori mercati ortofrutticoli e anche qui.


Intendiamoci. Non è che non sono capace di cucinare. È che tra me e i fornelli c’è quello che definirei un conflitto non bellico, diciamo pure una guerra fredda – e l’aggettivo fredda non è certo casuale. C’è una specie di sospettoso rispetto. Io non ti tocco, tu non mi tocchi, e pace. Generalmente i nostri contatti si limitano a scambi di effusioni più o meno frequenti tra me e il frigorifero. Del tipo che a intervalli regolari di 15-20 minuti mi fiondo con piglio deciso verso il rettangolo color panna e fingendomi ispirata apro l’anta come si aprirebbe la porta del bagno in preda a un attacco di dissenteria acuta. Dopo di che  resto a scrutare le sue interiora, quelle del frigo, impalata, lo sguardo famelico che va dai Leibniz choco-milk (di sua proprietà) al succo concentrato di pompelmo, per una manciata di minuti, finché non richiudo e me ne esco con la coda fra le gambe. (Oppure, alternativamente,  finché non afferro il barattolo di marmellata all’arancia decisa a fare il salto di qualità verso l’iperglicemia. Ebbene sì, sono una fan della marmellata all’arancia. E allora?). Patetico, lo so, ma tant’è.

Con il pentolame, e in genere con l’attrezzatura tutta della produzione mangereccia, invece, c’è un rapporto di cordiale insofferenza. Lui non mi sopporta così come io lo disprezzo. Siccome però siamo personcine ragionevoli e sappiamo bene che non possiamo fare totalmente a meno l’uno dell’altra – in realtà il pentolame farebbe benissimo a meno di me, anzi, starebbe una favola – talvolta mettiamo da parte i dissapori e avviamo una collaborazione reciproca a tempo determinato. Nel senso che io prendo pentole e padelle per le corna giusto il tempo di saltarmi le zucchine (vedi voce Zucchine Trifolate, a seguire) o, se proprio devo, ergo se c’è una formale richiesta da parte di ospiti vari e rompiballe, il tempo di cuocere una rapidissima pasta con qualcosa. I miei cavalli di battaglia sono:

  • Crudaiola Semplificata: pasta di qualsiasi tipo, pomodori pachino & ricotta (o anche mozzarella) da aggiungere a fine cottura con un filo d’olio. No basilico, no peperoncino, no aglio, altrimenti non la chiameremmo Semplificata, don’t you think?
  • Crudaiola Modificata: vedi Semplificata, con tonno al posto della ricotta. Questo piatto riscuote un discreto successo tra gli inquilini, transitori e non, della mia non-casa. Il proprietario in particolare ne è oltremodo ghiotto.
  • Penne in Sugo di Olive: pasta a piacere, sugo di pomodori pelati, olive nere snocciolate e tagliate a pezzetti. Geniale, no?
  • Spaghetti col Pesto Che Ha Fatto Mia Zia: piatto particolarmente raro. Consideriamo il fatto che mia zia sta a Genova e che per sottrarle un po’ del suo preziosissimo pesto devo aspettare che lei vada a trovare la mia famiglia in Puglia (in genere succede alle “feste grandi” o in occasione di matrimoni e/o funerali), e dopodichè prendere a mia volta il treno, inventarmi una scusa tipo “ciao mamma mi mancavi tanto dunque eccomi qui” e trafugare un paio di barattoli fino a Roma. In conclusione, chi dovesse trovarsi a degustare questa prelibatezza potrebbe a ragion veduta ritenersi un individuo fortunato.
  •  Cous Cous Con Lenticchie Che Ha Fatto Mia Madre: cous cous, lenticchie prese dal pacco umanitario non richiesto della mia famiglia che, convinta di avere una figlia in fase di deperimento a cinquecento km di distanza, si ostina a inviare barattoli di roba che deperisce allegramente nella dispensa. Questo piatto, infatti, è più che altro uno strenuo tentativo di liberarsi della roba e a tale scopo viene preparato in quantità tale da sfamare l’Angola e pure lo Zambia.
  • Zucchine Trifolate: bisogna dire che questa leccornia desta il pessimismo generale prima dell’assaggio. Un po’ per la cattiva fama delle zucchine, un po’ per l’aspetto poco invitante del piatto (una sorta di mistura verdastra con scaglie di bruciato). Tuttavia la degustazione dei miei ospiti è sempre stata seguita da positivi commenti verbali e gassosi.
Ma come dicevo prima di lasciarmi andare a preziosissime rivelazioni culinarie, non è che non sarei capace di cucinare. E’ che mi annoio. Mi sembra di fare un torto gravissimo a me stessa, perché il tempo che utilizzo per ridurre il piano cottura a un quadro impressionistico di sughi e olio potrei utilizzarlo per fare mille e mille operazioni più costruttive. Il bird-watching, la ceretta all’inguine, una monografia sulle variazioni diastratiche dell’italiano sub-standard, un saggio sul diritto della neve, l’aggiornamento di un fotolog, il decoupage selvaggio, la recensione di una raccolta di racconti femminista con ambientazione parigina, tanto per fare qualche esempio. (Alcune di queste sane attività casalinghe le ho già fatte, altre le sto facendo, altre vorrei farle ma non ho il coraggio).

In conclusione. Cari giovani aitanti che con tutta la buona volontà mi inviate ogni giorno invitanti proposte di matrimonio convivenza e adulterio: siate cauti. Lo dico per voi, che una volta superata la fase sesso-sfrenato-in-ogni-dove potreste non passarvela tanto bene, fra zucchine trifolate, frittate di funghi e crudaiole improbabili. Poi tornare dalla mamma non è consentito. Uomo avvisato…

(Se ancora non sono stata abbastanza scoraggiant…ehm…convincente, vi invito ad attendere il prossimo post che inaugurerà una nuova rubrica: Le Ricette Di Suora Semra)

lunedì, 02 luglio 2007
author: Semra @ 22:40
category: fun-cazzismo, escursioni mentali, chi è semra
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Dieci cose che amo. I funghi. L’odore delle cornetterie. Le mani (maschili) lunghe. Mettere i puntini sulle i. I block notes. I colli (femminili) lunghi. Rimandare a domani quello che posso fare oggi. Lo smalto rosso sulle unghie dei piedi. La peluria sotto il mento dei gatti. I pocket coffee.

Dieci cose che odio. Il leopardato. Gli errori di ortografia. Gli harmony. Le persone che smettono di baciare per rispondere al cellulare. Aspettare. Gli sms disperatamente economici tipo sn al giapp cn fe&gia corri ke abb già tt ordin. Il wrestling. I capperi. Le scarpe da uomo a punta. La settimana precedente il mio compleanno.

Dieci cose che mi lasciano completamente indifferente. Il tonno. I gioielli. Il calcio e lo sport in generale. I gossip. L’I-Pod. I piercing. Gli affreschi medievali. I dalmata. I Moncherì. I muscoli.

Quasi quasi, però, mi gioco un paio di sostituzioni. Posso? Certo che posso, è pur sempre il mio blog, che diamine. Tra le dieci cose che amo tolgo i block notes e inserisco la mia nuova all editions di Bone che campeggia maestosa sul comodino – ben tre persone mi hanno resa felice, tra cui una e due. Tra le dieci cose che odio tolgo i capperi e inserisco Paris Hilton. Tra le dieci cose che mi lasciano completamente indifferente….ah già, avevo detto un paio. Scamarcio, ti sei salvato.

giovedì, 14 giugno 2007
author: Semra @ 21:37
category: fun-cazzismo, espressed desires, expressed desires
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Non voglio mica la luna
Chiedo soltanto un momento
Per riscaldarmi la pelle
Guardare le stelle
E avere più tempo più tempo per me.


Visto che quando avevo sette anni mia mamma mi diceva scrivi la Lista delle cose che desideri, ché poi se fai la brava le avrai tutte per il tuo compleanno. E visto che puntualmente la sacra famiglia tutta se ne strainfischiava della mia lista superaccurata con tanto di ghirigori e cuoricini rossi tutt’intorno e preferiva affidarsi al proprio gusto personale e regalarmi barbie fighettine in costume da bagno e puzzles clementoni per bimbi cerebrolesi. Ho deciso di dar(mi?vi?) una seconda possibilità.

Ebbene sì, scriverò una lista. In vista del mio prossimo catastrofico compleanno. Se poi volete anche i ghirigori e i cuoricini basterà farmi un fischio o inviarmi un messaggio privato e io mi fionderò a casa vostra armata di pennarello rosso per decorare lo schermo ultrapiatto del vostro portatile da tremila euro e rotti.

Naturalmente, e sottolineo naturalmente, le cose sono un tantino cambiate da quando avevo sette anni. L’aspettativa di vita è cresciuta,  hanno inventato il cellulare e chi vuol essere milionario, il business è nelle mani del mercato dei farmaci dimagranti, è nato il grande fratello, abbiamo conosciuto Lory Del Santo e Riccardo Scamarcio, si sono succeduti i governi e le missitalia, nei nostri portafogli sono (s)comparse monetine dal buffo nome di euro, eccetera eccetera. Dunque, con tutti questi cambiamenti, non poteva non cambiare anche la portata dei miei desideri. No?

Orbene, bando alle ciance, ecco la Lista, in ordine sparso di importanza:

  • un corso intensivo di lingua russa
  • l’intera serie Bone autografata da Jeff Smith
  • una trentina di cfu sul mio libretto universitario
  • un pacco di Cruschetti dell’IN’s
  • una clessidra che quando la rigiri torni indietro nel tempo
  • una Reflex digitale da 10 megapixel - una Nikon D40X è sufficiente - con un paio di obiettivi, diciamo un 50mm e un 135mm, toh…
  • un tè nel Gran Bazar di Istanbul, e magari un pezzetto di luna sul Bosforo (vedi anche: dal Bosforo d'argento fino a Izmir/ bevo rakja rakja vieni/ a consolarmi dalla pena e dal dolor)
  • la litografia Bond of Union di Escher
  • il costume originale del Piccolo Principe, identico a quello visto nell’Espai Shop del Teatro Liceu di Barcellona
  • Gael Garcìa Bernal

 Sbizzarritevi pure…

Little Prince

lunedì, 11 giugno 2007
author: Semra @ 17:00
category: quotidianità non-sense, escursioni mentali
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Cielo da capitale

Succede che a un certo punto sento che si avvicina. Non mi serve nemmeno cercare con gli occhi i cartelli stradali, controllare il numero dei chilometri mancanti:  quando arriva, non posso fare a meno di percepirlo. E all'istante,  senza fare il minimo sforzo, sto meglio. E' come se il macigno che gravitava sul mio stomaco decidesse autonomamente di sollevarsi, è come se il groppo che mi ostruiva la gola si facesse liquido: i nervi si distendono, le vene si ingrossano, il sangue prende a pompare veloce, e forte, e vitale. Polmoni, cuore, cervello, cuore, polmoni. Respiro.
Sono al sicuro, adesso, di nuovo a Roma.
venerdì, 01 giugno 2007
author: Semra @ 20:43
category: quotidianità non-sense, escursioni mentali
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ice cherries

Premesso che sono giorni in cui io e la coerenza siamo abbastanza in rotta, e che comunque ci siamo sempre parlate poco, guardate in cagnesco e pacificamente evitate, mi sento come un granello di polvere in una cattedrale. Troppe cose da vedere, troppe cose da sentire, niente su cui incastrarsi. Sbatto la testa senza fermarmi, lascio i libri a metà, mi dimentico i nomi, sono attratta da tutto e da niente. Mi manca la forza di gravità negli occhi, che appena li lascio cadere su qualcosa mi portano altrove, spinti da connessioni senza senso.

Sto mollando.
Lentamente, inesorabilmente.
Le cose mi sfuggono e faccio sogni imbarazzanti che non ho mai fatto, di sangue e adrenalina, di quelli che ti fanno svegliare sudata e con un poco promettente principio di emicrania.

Le giornate mi scivolano addosso come gelatina sullo specchio. Se mi chiedi come sto ti rispondo sto bene e poi passo la giornata a chiedermi se è vero.
Come sto?
Mi gira la testa. Ho sempre freddo e paura di ammalarmi e invecchiare. Mi sento una visionaria, una pentita, una che parla e non conclude.

Non c’è male, insomma.

sabato, 26 maggio 2007
author: Semra @ 11:37
category: spettegolezzi, cronache dalla terra
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Se ti capita di tradire tua moglie, la prima regola è quella di negare.

Sempre.

Anche di fronte all’evidenza.

Ma se dietro l’Evidenza si nasconde la Sfiga, allora stai tranquillo: è solo l’inizio.

 

[ATTENZIONE! Questa che segue è una storia vera. La lettura è sconsigliata al pubblico facilmente impressionabile.]

 

Prendete una donna, una qualsiasi, possibilmente una casalinga, ma anche un’impiegata del catasto può andare. Una donna non brutta, ma nemmeno una fata, ecco:  un po’ sfiorita dall’età, dalla vita coniugale, dalla suocera, da tre o quattro marmocchi sfornati uno dietro l’altro.

Ora, mettete questa donna in casa sua. Spesa da sistemare pila di piatti da lavare montagna di roba da stirare eccetera eccetera, lo sappiamo tutti. Cosa sceglierà di fare, come prima azione? Facile: accendere la tv. È un pensiero automatico, serve a farle compagnia mentre si prepara la cena e si spalma la maschera antirughe tripla azione alla vitamina C e al concentrato di arance rosse di Sicilia. Senza perdere troppo tempo con lo zapping, resisterà alla tentazione di fermarsi su “Cogne: Il Meglio Di…”, sceglierà il primo telegiornale che capita e si sistemerà davanti al tubo catodico con le patate da pelare.

 

Uff, sempre ‘sti bombardamenti: non sanno più che dire, i giornalisti di oggi.

Uh, guarda, Berlusconi senza cravatta! Brava Veronica, altro che lettere aperte ai quotidiani: se vuoi fare un dispetto a tuo marito basta invertirgli l’ordine dei cassetti…

Mmh, Telecom che diventa spagnola: e adesso come lo spiego ai call center che non mi serve niente?

Toh, il Giro d’Italia. Ma ancora li fanno correre ‘sti drogati?

Quel posto però lo conosco… ma certo, stanno a Marinella! Eh sì, riconosco la spiaggia dove stavamo l’anno scorso con Giulietta e Pino…t u guarda, è pure lo stesso lido, “Il Gabbiano Selvaggio”, sì, lo riconosco dagli ombrelloni a fantasia scozzese… chissà se lo sa Giulietta, che stanno proprio dietro casa sua… magari è proprio lì in mezzo al pubblico, mò mi metto gli occhiali che magari la riprendono…

…non ci posso credere, sono proprio loro! Ecco Pino che prende il sole sulla spiaggia! E Giulietta sta di spalle a farsi mettere la crema…accidenti, non credevo avesse  il coraggio di mettersi in topless, con quelle pere mollicce che si ritrova…  Però! Mi sa che una visitina al chirurgo estetico è riuscita a permettersela…

Quasi quasi più tardi la chiamo, così gliene dico quattro per essere andata a rifarsi le tette senza dirmi niente!

Due ore dopo, tavola sparecchiata e lavastoviglie al lavoro, marito affondato nel divano, marmocchi alla playstation. Telefono, rubrica, caffè fumante alla mano.

Giulietta! Sono io, Clara…no, non è successo niente, ti chiamo a quest’ora perché immaginavo foste rimasti ancora un po’ in spiaggia…in spiaggia, sì, vi ho visti in tivvù, te e Pino a Marinella, a proposito, complimenti per le tette nuove! Ma quanto ti sono costate è doloroso che misura ti sei fatta? Ma va, non sono esaurita, guarda che vi ho visti al Giro d’Italia, c’era Pino in spiaggia al Gabbiano Selvaggio, dove siamo stati l’anno scorso, sì, e ti stava spalmando la crema…ehm…sulle tette…come dici? Sei tornata dall’ufficio solo mezz’ora fa? Ah. [trenta secondi di silenzio] Beh, adesso che ci penso, non sono poi così sicura che foste voi… oh, scusa, devo scappare ché il cane mi sta vomitando sulla moquette, stammi bene eh!

Click.

“Giro d’Italia. In diretta tv, grazie alle telecamere dell'elicottero al seguito della carovana rosa, un quarantenne spezzino è stato mostrato al mare a Marinella in compagnia di una donna che non era la moglie. La donna è caduta dalle nuvole, ma ormai aveva scoperto la tresca del marito. E il rientro dell’uomo, con i segni evidenti della tintarella, ha fatto il resto. Quello sulla battigia di Marinella, sul litorale del Comune di Sarzana, era proprio lui. La storiella ha fatto il giro della vallata del Magra, ove si è registrato l’infortunio amoroso.” (Il Secolo XIX)


man of industry
sabato, 19 maggio 2007
author: Semra @ 16:02
category: quotidianità non-sense, escursioni mentali
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I just don’t know what to do with myself.

È uscito un mio articolo con un titolo orribile dato da chissachi. Sono andata a un colloquio per fare l’hostess e alla domanda cosa non vorresti fare nella vita ho risposto l’hostess. Sono rientrata alle due di notte e mi sono svegliata alle tre perché il mio coinquilino ubriaco ha pensato di poter dar prova della sua mascolinità rovesciando divani e sedie spegnendosi sigarette sulle braccia picchiando la sua fidanzata e urlando viva l’anarchia. Ecco che giorni sono.
Giorni di allergia e indolenza perenne. Di fazzoletti che non bastano mai e polline che si insinua negli occhi e nelle narici, di starnuti soffocati alla lezione di biblioteconomia. Giorni in cui le ore sembrano rimpicciolite e la biancheria sporca si moltiplica, diventa una montagna di biancheria sporca, e i batteri e i sensi di colpa proliferano che è una bellezza.

Però. Però il cielo è tornato blu: Roma inquinata strombazzante e col traffico nauseante, il frigo sporco e vuoto, il coinquilino ubriaco di nuovo sobrio e innamorato, la coinquilina malmenata di nuovo in salute e innamorata. Il vento improvvisamente furioso, i miei capelli sempre annodati, e da dieci giorni mangio tranci di pizza alla fermata del novanta. Questa nuova pizza, la pizza del cinese alla fermata del novanta, non ha nulla a che vedere con quella dell’arabo di piazza De Cristoforis. A volte cerco di ritrovare nella crosta e nella mozzarella il ricordo di un sapore che non voglio dimenticare. Ogni morso è un tentativo, ma mentre mastico il nuovo sapore si mescola col ricordo e mi lascia confusa. Sulla lingua e sul palato e nello stomaco questo sapore non è mai quello giusto e mi viene voglia di prendere autobus metro e altro autobus, volare dall’altra parte della città per addentare un trancio di pizza dell’anno scorso, guardare l’arabo negli occhi e chiedergli com’ero io quando venivo qui. Sono cambiata? E tu, senza di me, sopravvivi?

Ci sono giorni in cui provo a raccontarla, questa mia ricerca persa nelle papille gustative e nello sforzo di ricordare. Ma sono parole che rimangono sospese nel vuoto, fra la mia bocca e la crosta bruciata, perché nessuno è capace di guardare oltre il disprezzo per il pomodoro troppo poco cotto e intuire che, in fondo, ho solo paura. Sì. Ho paura, e per un morso di pizza del cinese alla fermata del novanta capisco che ci sono finestre da cui non posso guardare. Ho paura di me, che mi dimentico chi sono, chi ero qualche morso fa, in un’altra casa con qualche mese di meno. Ho paura e non riesco a farlo capire nemmeno masticando più piano. Ho paura e credo sia grave, perché bastano i rumori della carta della pizza a farmi venire voglia di scappare.

giovedì, 26 aprile 2007
author: Semra @ 13:08
category: quotidianità non-sense, fun-cazzismo, escursioni mentali
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Assonnata. Pressione bassa. Partenza imminente. Strani presentimenti, come un grumo di nuvole nere sulla mia testa, come una spada di damocle col filo logoro, come il mio ginocchio che trema nervosamente, come un senso di schifo per ogni cosa, questa scrivania, questo caffè, questa compagnia, questa valigia.
La sensazione che niente sia mai abbastanza per nessuno, non mi aiuta.
La sensazione che io non sia mai abbastanza, mi rivolta le budella.

Se sono calma, sono sedentaria.
Se sono lucida, sono distante.
Se sono gentile, sono servile.
Se sono magra, sono anoressica.
Se sono scollata, sono discinta.
Se sono precisa, sono polemica.
Se sono imprecisa, sono sciatta.
Se sono, sono troppo.

Ciò che fa più male è questa vile incapacità di sputare sui giudizi, di dire sì ho il sangue freddo e non mi faccio prendere dal panico, affronto le discussioni in maniera civile non alzo la voce non mi faccio sentire non mi trasformo in mr. Hyde quando mi arrabbio sono una di parole e non di improperi i tipi bruschi mi fanno venire l’orticaria la malaria il vomito e allora? sono precisa metto sempre i puntini sulle i non mi piace generalizzare affrontare le cose in maniera superflua e non far finta di aver sempre capito o non metterci mai il naso perché chissà magari faccio brutta figura no io me ne frego delle brutte figure se una cosa non mi soddisfa non me la sento di giocarmi la testa ma comunque scelgo bene ciò per cui vale la pena perdere sangue e pazienza e in alcune cose sono anche imprecisa disordinata lascio tutto alla rinfusa non me la sento di raggiungere la perfezione in tutto la vita è breve voglio concedermi solo alle cose davvero importanti sì la penso così, e quindi? è vero sono alta e magra un fuscello il mio indice di massa corporea è sedici punto settantuno e la bilancia della farmacia mi dice che sono sottopeso e che se vivessi in Spagna non mi farebbero salire sulle passerelle ma sti cazzi non voglio fare la modella tantomeno in Spagna io mangio quello che mi va quando mi va e non ingrasso che colpa ne ho dove sta scritto che se non ho la cellulite devo meritare il tuo disprezzo di persona frustrata in conflitto con le copertine dei vogue e dove sta scritto che se un giorno mi salta in testa di mettermi tacchi e scollatura quel giorno il livello del mio Q.I. scenderà in picchiata fino a raggiungere il grado di velina letterina ochetta stronzetta senza speranza dove sta scritto che se vesto la taglia quaranta ti puoi arrogare il diritto di dire che sono anoressica (o quasi anoressica ma che diavolo significa quasi anoressica, o lo sei o non lo sei, non esiste quasi), dove, dico io DOVE. CAZZO. STA. SCRITTO.

Ho finito. Per ora.

martedì, 17 aprile 2007
author: Semra @ 08:40
category: cronache dalla terra
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Questo intervento è presente soprattutto su:

www.affinitaelettive.splinder.com/



Moleskine Barcelona Edition

 

Premesso che ho deciso tutto all'ultimo istante. Premesso che questa partenza improvvisata non mi ha impedito di essere la turista per caso piu' cool del momento grazie alla mia meravigliosa moleskine di Barcellona (fig.1). Premesso anche che questo Word e' rincoglionito e dunque se leggerete "personalísima" o "quinde" la colpa e' sua che continua a farmi una correzione automatica non richiesta.

La signora che ho incontrato al gate 19, ottantenne, fazzoletto sulla testa e bastone alla mano, mi ha suggerito che le gerarchie ci sono sempre state e ci saranno sempre. Anche quando ci si vuole bene. Anche nel modo in cui ci si vuole bene. Gli occhi velati da quella patina trasparente che marchia inesorabilmente la vecchiaia, sta andando a trovare i suoi due nipoti a Parigi e finge una clamorosa indolenza. Scuote la testa e con aria stanca dice: cosa mi stanno facendo fare. Cosa mi stanno facendo fare. Due volte, lo dice, cosi`. E scuote la testa, come per dire mi costringono, non sono io. Mi costringono. L'ultimo aereo che ha preso, destinazione Irlanda, e' partito nel '76. E adesso, a ottant'anni suonati o forse piu', si mette in viaggio per andare a vedere i nipoti che la reclamano da Parigi.

Non sta piu` nella pelle, ma non puo` permettersi di farlo trapelare. Le gerarchie vanno rispettate, a costo di apparire orgogliosi.

 

Barcellona e` la capitale dell'apparenza. Ramblas infinite che ti sbattono in faccia costruzioni imponenti, filari di alberi, negozi e negozi, ristoranti italiani indiani portoricani pakistani koreani musulmani. Non ho ancora visto neanche per sbaglio un solo ristorante tipico della citta'.

In compenso ho visto volatili di ogni tipo, nella Rambla dels Estudis, detta anche Rambla des Ocells. Sono stata ingoiata dai colori nel mercato dei fiori della Rambla Sant Joseph, detta anche Rambla de les Flors. Ho visto mimi diversi da tutti gli altri, diversi da quelli di piazza Navona, diversi da quelli coperti d'oro di Venezia, diversi soprattutto tra loro. Gollum, Cleopatra, Freddie Mercury. Ho calpestato il mosaico di Miro` con una certa riverenza. Ho visto l'abito del Petit Prince a grandezza naturale, e ho lasciato un acconto per quando avro' un figlio da vestire a maschera. Ho sorriso agli spagnoli piacioni, che sono in tutto e per tutto identici ai romani di Campo de' Fiori, eccetto che per le esse. (E sono anche un po' piu' boccaloni, visto che a ogni sorriso era una sigaretta assicurata). Ho scoperto che se ti inoltri giusto di un paio di vie nel lato orientale della Rambla des Caputxins, subito dopo PlaÇa Reial, il paesaggio sbiadisce di botto e diventa semplicemente squallore. Allo stato puro. Coi marciapiedi che fanno bella mostra di giovani prostitute, e bettole e locali di streptease. E' strano vederle tutte li`, per lo piu` ragazzine e nemmeno troppo discinte nel vestire, che danno una parvenza di vita a quei muri puzzolenti di piscio e sembrano scolarette all'uscita della scuola. Nella zona piu' centrale della citta', è strano.


Imagen

venerdì, 13 aprile 2007

Luce gialla e tabacco sfuso un po’ ovunque. Potrei cominciare il post con un tragico panegirico sulla mia frustrante condizione di nomade involontaria, sbattuta da una non-casa all’altra, amareggiata dai tentativi infruttuosi di dare una dimora stabile ai miei libri e ai miei calzini, sconvolta dalla repentinità dei cambiamenti di umore nelle relazioni umane, a tratti desiderosa di convertirmi alla religione dei clochard.
Ma non lo farò.

 

Da qualche giorno sono ossessionata dalle ossessioni. Non riesco a non averne, e se mi accorgo di averne troppo poche, le cerco, le invento. Però quando le trovo, mi sento in pace con me stessa. Soddisfare piccole nevrosi mi rende serena.
Per esempio oggi. Sistemare i libri in ordine di casa editrice mi ha regalato attimi di gioia allo stato puro. Difficile è stato mantenere la pace dei sensi quando oltre all’ordine per casa editrice il mio fallace senso del razionale ha tentato di sovrapporre ulteriori ordini: per colore, per forma, per grandezza, alfabetico, cronologico. Ho pensato che sarebbe stato bello avere questi ordini tutti insieme. Un ordine unico, circolare e generale. Evidentemente però, le case editrici trovano più rasserenante produrre decine di collane con nomi assurdi, colori male assortiti, forme e caratteri opposti. Una tragedia per la mia nevrosi, insomma.

 

L’ho finito. Le vergini suicide. Jeffrey Eugenides. E adesso mi sento svuotata. Finalmente, qualcuno che quanto a contraddizioni mi supera.

eugenides - le vergini suicide

Forte e delicato. Come ricevere un getto d’acqua bollente sulla schiena mentre un violino suona dietro alla porta del bagno. Intenso. Emozionante.
Drammatico e poetico.
Coinvolgente anche se il narratore collettivo si sforza di essere obiettivo: un’indagine scientifica infarcita di emozioni, di riflessioni personali, di ricordi.

E’ molto strano: Eugenides ha rivelato già nelle prime pagine del romanzo come sarebbe andata a finire. E, nonostante questo, la curiosità mi ha divorato come un tarlo fino all’ultimo maledetto punto. Sapevo già tutto: cinque sorelle, il primo suicidio e poi gli altri, la morte come condivisione. Eppure: sono rimasta incantata fino all’ultima pagina, mi sono rammaricata, ho provato sdegno, ho sorriso fino alla fine. Nessun capovolgimento di fronte, nessun colpo di scena studiato ad arte. Tutto era già scritto. E ha funzionato. L’intreccio di quotidianità e sogno, la contrapposizione tra le metafore poetiche, mai banali, e i fatti così crudi, così terribilmente concreti.

La storia è là, davanti ai vostri occhi – cinque sorelle scelgono di suicidarsi e nessuno sa perché – e se pensate di aspettare la fine per sbrogliare l’intera matassa di interrogativi, non arrabbiatevi se resterete con un paio di scarpe sbiadite fra le mani, e una spazzola e uno specchio rotto e vecchi medicinali. L’unico modo per sentirsi un po’ meno fantasmi è toccarsi.

sofia coppola - il giardino delle vergini suicide