lunedì, 26 giugno 2006
author: Semra @ 16:24
category: fun-cazzismo, cronache dalla terra
comments: commenti (10)(popup) | commenti (10)

Caldo. Afa. Caldo.

Roma, quest’afa mi porterà a odiarti, lo so. Riesce a penetrare ovunque, dallo stretto spiraglio della finestra, oltre la tenda rossa, attraverso i muri, attraverso gli odori, attraverso la mia pelle, per arrivare al cervello. Me lo squaglia, come una lampadina puntata su un pezzetto di cioccolato al latte, e poi lo lascia evaporare. Mi si appiccica ai vestiti, me li bagna, me li inzuppa, me li insozza. Se mi spoglio, mi si appiccica ai peli, ai capelli, al più piccolo lembo della mia pelle stremata. Mi imperla di sudore i lati del naso, mi inumidisce gli angoli degli occhi, mi secca la gola. Le dita appiccicose, sfoglio pagine pigre, picchietto lenta sulla tastiera.

Roma, quest’afa mi porterà a ignorarti, e poi a dimenticarti. L’umidità bollente che mi avviluppa le cosce mi toglie ogni desiderio. Non ho voglia di incontrare nessuno in nessun caffè di nessuna piazza. Nemmeno te, Maurizio, fratello e amico e poi non so, nemmeno te, ho voglia di vedere, con questo caldo. Non ho voglia di vedere Cartier Bresson al Palazzo Braschi, per quanto, caro Cartier, io sogni la notte di essere là, nel tuo eterno carpe diem fatto di pietre vitali, ombre luminose e facce intente. Non ho voglia di mettermi le scarpe comode e misurare il rione a grandi passi, sampietrino per sampietrino, alla ricerca di un angolo nuovo a cui dare un nome. Nemmeno ho voglia di mettermi a dormire, e rigirarmi ogni minuto alla ricerca di una zona fresca del mio letto, e tantomeno di dividere le lenzuola zuppe con qualcuno, che poi si sa, due corpi attirano più calore di uno. Certamente non ho voglia di incitare un’Italia che mi piace solo quando calcia la palla, e di sentirmi in dovere di preoccuparmi per loro, poveri giocatori miliardari e sotto stress, portatori del drappo tricolore e delle nostre speranze di tifosi patriottici. Ho voglia invece di aspettare la sera, quando il fuoco che bolle al di fuori dei vetri della mia stanza si sarà stancato di farmi la posta e avrà deciso di lasciare il mio intelletto libero di esprimersi e il mio corpo libero di respirare senza emanare odori bizzarri. Stasera cercherò ristoro in qualche gelateria gelata per poi farmi sussurrare all’orecchio parole dolci di jazz. Forse Villa Celimontana, o forse Javier Girotto, se riesco a scoprire dove si nasconde…

mercoledì, 21 giugno 2006
author: Semra @ 12:06
category: cronache dalla terra, simil-recensioni
comments: commenti (8)(popup) | commenti (8)

Prendete un romanzo d’esordio di una scrittrice istintivamente geniale, ambientato in una Londra tumultuosa e inevitabilmente macchiata da un melting pot ai limiti della stravaganza, che costringe le antinomie a incontrarsi e le etnie a integrarsi.

Ora, aggiungete un mucchio di personaggi obbligati a incontrarsi e incrociarsi tra loro, nonostante le diverse rigide culture, nonostante le regole e i precetti religiosi che impongono la chiusura delle rispettive etnie, nonostante l’insopprimibile componente etica e spirituale con cui fare i conti ogni giorno.

Amalgamate il tutto con una penna sfavillante che sa mettere in primo piano la vita a dispetto delle aspettative, e che sa dipingere sullo sfondo delle vicende a volte devastanti a volte tragicomiche uno scontro perenne tra laicismo e fede (fede come termine generale, omnicomprensivo e monoteistico), tradizione e progresso, etica e apertura mentale. Ciò che vi resta tra le mani  esploderà in un climax improvviso in cui le estremità delle posizioni si scontreranno inevitabilmente, come costrette da un destino che si fa vera forza fisica.

 

Bene. Adesso una domanda. Come sarebbe incontrare un personaggio in un romanzo del genere e subito rimanerne estasiati – perché non si può non rimanere estasiati da una giovane nera, alta, longilinea, bellissima ma non perfetta, con l’unica imperfezione nella dentatura superiore eccessivamente sporgente, debole ma poi forte, così forte da buttare all’aria il muro di restrizioni e regole religiose imposto dalla rigidità familiare e decidere di camminare, anzi no, di correre con le sue gambe – dicevo, rimanere estasiati da questo personaggio e poi vederlo…sì, vederlo davvero, in carne e ossa e capelli un po’ crespi, lì, davanti a voi, che muove le labbra per parlare e gli occhi per guardare come un autentico essere umano?

Ieri sera ho temuto seriamente per la mia salute psicofisica. Credevo di essere rimasta incastrata nel terribile tunnel del Disturbo Ossessivo-Compulsivo-Da-Romanzi, essendosi materializzata davanti a me nient’altro che Clara Bowden, in Jones.

 

Qualcuno poi – evidentemente qualcuno a cui stavo stringendo in maniera inconsulta e vagamente imbarazzante la mano sudata, sicuramente qualcuno che ha inconsapevolmente trovato posto al mio fianco – mi ha rassicurato con un sussurro di non agitarmi, perché quella non era Clara, ma “solo” Zadie Smith. Solo. Capite?

Ieri sera, al Festival delle Letterature, alla basilica di Massenzio, nel bel mezzo dello scorcio romanamente suggestivo in cui il Colosseo a destra, i Fori Imperiali dietro, la Basilica davanti, il cielo come un lenzuolo stirato con tanto di luna grassa e bianca e sporadici gabbiani sopra, lo rendevano simile a un dipinto a tempera non ancora perfettamente asciugato, coi colori forti e bagnati, proprio lì a qualche metro da me trafelata, c’era SOLO Zadie Smith, quella che a 23 anni pubblica il caso letterario del decennio, Denti Bianchi

 

Zadie, (le ho detto, quando la sfacciata fortuna di intrattenere rapporti a distanza ravvicinata col fotografo mi ha portata nel backstage, con la scusa – che nemmeno era tanto una scusa - di voler salutare Javier Girotto), sei bellissima. Ma non solo bellissima, ecco, di più: sei come Clara.

 

Non dirlo in giro, mi ha detto lei, togliendosi l’ingombrante orecchino dorato e fingendo discrezione, in realtà io sono Clara.

lunedì, 19 giugno 2006
author: Semra @ 14:02
category: escursioni mentali, cronache dalla terra, special post
comments: commenti (13)(popup) | commenti (13)

Vent’anni e molte cose da cambiare. A cominciare dal colore del rossetto. Rosso ciliegia smagliante, da venerdì scorso. Un vezzo che serve a segnare il tempo, a dividere le due epoche, il Prima e il Dopo i venti. Perché ci deve essere uno spartiacque, o perlomeno qualcosa che dica ecco, adesso si fa sul serio, non c’è più niente da scherzare, qualcosa che dia lo start alla mia maratona dal tracciato sconnesso e dal traguardo invisibile.
In realtà ho registrato ben pochi cambiamenti dal fatidico venerdì: stessa faccia, stessa stanza paragonabile a un campo di battaglia iracheno, stessa montagna di dispense da studiare, stesse persone da chiamare/ignorare/amare/odiare/desiderare. Certo aspettarmi l’apocalisse già cinque minuti dopo la mezzanotte non è stato granché intelligente da parte mia, ma insomma, da qualcosa bisognava pur cominciare. Così: a mezzanotte e 3 minuti ho messo sulle labbra il rossetto nuovo, quello Rosso Ciliegia Smagliante, anzi, New Cherry 664, come suggerisce la dicitura sul tappino argentato. Tremendamente chic: anche a mezzanotte, anche con gli occhi gonfi di stanchezza, anche con Lui ronfante sul mio letto, ignaro della Grande Rivoluzione in corso.
. Ho voglia di stravaganze, anche minuscole, ma stravaganti. Ho voglia di staccarmi dall’ombra, di venire allo scoperto, di dimostrare che esisto. Capito, gente? Ho trascorso i primi vent’anni della mia vita a non uscire troppo dal seminato, a non farmi notare, ad evitare giudizi, a dire di sì e a non fare nulla che dispiacesse, a non mettermi lo smalto e a non esagerare col trucco, a non alzare la voce, a non cantare a squarciagola. Da oggi inizia l’opera di auto-personalizzazione.
 
Dimenticavo. Da venerdì sono rossi (non ciliegia, però!) anche i miei capelli.
lunedì, 12 giugno 2006
author: Semra @ 12:12
category: escursioni mentali, simil-recensioni
comments: commenti (3)(popup) | commenti (3)

[…]“Esplorami” hai detto e io ho preso corde, borraccia e mappe, pensando di tornare presto a casa. Ma dopo la caduta, non riesco a trovare la via d’uscita. A volte penso di essere in libertà, come Giona rigurgitato dalla balena, ma poi giro l’angolo e mi vedo. Vedo me nella tua pelle, me nelle tue ossa, me che fluttuo nelle cavità che adornano le pareti degli studi dei chirurghi. E’ così che ti conosco. Tu sei ciò che so. […] Salvami. Cullami al tuo fianco. Lascia che mi aggrappi a te, le braccia intorno alla tua vita, la testa ciondoloni contro la tua schiena. Il tuo odore mi calma, mi addormenta: sprofondo nella calda imbottitura del tuo corpo. La tua pelle sa di sale e un po’ di agrumi. Quando faccio scorrere la lingua in una lunga linea umida sui tuoi seni, sento la leggera peluria, l’increspatura dell’areola, il cono del capezzolo. I tuoi seni sono arnie gocciolanti di miele. […] Non c’è niente di te che mi ripugni; né il sudore, né la sporcizia, né la malattia con i suoi tristi segni.
[…] Allungai la mano, sentii le sue dita, lei afferrò le mie e se le portò alla bocca. La cicatrice sotto il labbro mi bruciò. Sono veramente folle? Lei è calda.
 
Se esiste solo un minimo dubbio che l’amore non esista, questo libro è capace di annullarlo. Completamente, disintegrato, così. Il vortice di passioni energiche e incoerenti nelle quali sei costretto ad annaspare insieme ai personaggi, come un naufrago alla ricerca costante di una riva che non si avvicina mai, ti costringe a prendere in seria considerazione che: l’amore c’è, anche dopo mille tentativi, anche dopo mille sbagli, anche se non te lo meriti, anche se te lo fai sfuggire, anche se fai finta di non riconoscerlo, è lì pronto a tenerti in bilico tra desiderio di controllo e delirio, tra voglia di scappare e inerme dipendenza, in un tunnel di emozioni contraddittorie e morbose, di espressioni acute e cieche. Come la corda invisibile e tenace che tiene stretti i due protagonisti in una “laccio d’amore” capace di cancellare la volontà, di piegarla, smembrarla, di fronte alle richieste dell’Eros.
 
E’ un inno all’amore. E’ una malattia, è amare un corpo nonostante ciò che può esserci di disgustoso in un corpo. E’ anatomia del desiderio. E’ possedere la mente, il corpo, l’anima di qualcuno fino alla follia, fino alla disperazione. E’ Talento, puro. E’ una narrazione carnale, ironica, un ritmo ogni volta diverso, lento o incalzante, una scansione minima dell’amore che brucia insinuandosi nei sensi e nella mente. Un io narrante che non rivela mai il suo sesso, semplicemente perché non è importante. Si conosce l’oggetto dell’amore, una donna, rossa di capelli, meravigliosa, sposata. Non si conosce l’amante, o perlomeno la sua sessualità. E tuttavia è amore, è poesia, è ossessione.
Ed è “Scritto sul Corpo”. Di Jeanette Winterson. Un romanzo incantevole che ha saputo far vibrare la mia sensibilità senza moralismi, e che è riuscito a parlarmi d’amore senza scadere nel già detto o nel melenso. Mica è poco, credetemi…
martedì, 06 giugno 2006

Che cos’è ascoltare una musica che ti violenta le vene e il cervello, che ti fionda in una terra desolata e accogliente, fatta di gente che ama e soffre e combatte, fatta di ritmi che ti torturano i sonni, di braccia e mani che sanno sfiorare una percussione, sanno corteggiarla o stuprarla a piacimento, di fiati che riempiono un sax come il vento torrido e tremendo che sibila nelle pune andine, di dita che sono come il sole, e trapanano i tasti del pianoforte come il sole suadente che batte sulle distese verdi della Pampa, e pizzicano le corde del basso come il sole prosciuga gli acquitrini del Chaco, e come il sole ti lascia un gusto di polvere e vita nella bocca arida? Una musica che ti sradica da ogni convinzione politica culturale sociale e ti abbandona sul ciglio di una strada senza tempo e senza nome, intrisa della memoria di Puelche e di Diaghiti sterminati, affollata di Gaucho dalla fronte orgogliosa e bruciata dal caldo, accolto solo dalle tue cicatrici e dai tuoi rimorsi, e con una domanda: che diavolo vivo a fare?
 
Due giorni fa ho ascoltato gli Aires Tango, a La Palma Jazz Club. Ne porto ancora i segni.
Adesso ho fame di Jazz, di sierras, di churros al cioccolato, della neve della Patagonia, del mare verde della Pampa, del groviglio di voci e strade e luci di Buenos Aires.
 
Un inizio settimana apatico, faccio progetti e il tempo mi si sgretola tra le mani. Ho trascorso il week end a litigare per un pezzo di lenzuolo fino a mezzogiorno inoltrato, a mangiare spaghetti con le vongole al ristorante sulla spiaggia, a fare bolle di sapone, a farmi rincorrere da Nerone, un cagnone che si fa venire un’embolia polmonare dopo tre metri di corsa, a mangiare un gelato al gusto cocco che sapeva davvero di cocco, a sperperare denaro coi simulatori di navicelle spaziali e col braccio meccanico che ti dovrebbe far acchiappare il peluche ma che in realtà è una vera fregatura. Quindi potete capire la mia stanchezza (mica è roba da nulla, polverizzare le navicelle nemiche nel bel mezzo dell’universo).
 
Il tempo di ingranare, e mi ritroverò a settimana ormai conclusa. A meno che non trovi un low cost per la Terra del Fuoco.