category: quotidianità non-sense, fun-cazzismo, escursioni mentali, cronache dalla terra
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Luce gialla e tabacco sfuso un po’ ovunque. Potrei cominciare il post con un tragico panegirico sulla mia frustrante condizione di nomade involontaria, sbattuta da una non-casa all’altra, amareggiata dai tentativi infruttuosi di dare una dimora stabile ai miei libri e ai miei calzini, sconvolta dalla repentinità dei cambiamenti di umore nelle relazioni umane, a tratti desiderosa di convertirmi alla religione dei clochard.
Ma non lo farò.
Da qualche giorno sono ossessionata dalle ossessioni. Non riesco a non averne, e se mi accorgo di averne troppo poche, le cerco, le invento. Però quando le trovo, mi sento in pace con me stessa. Soddisfare piccole nevrosi mi rende serena.
Per esempio oggi. Sistemare i libri in ordine di casa editrice mi ha regalato attimi di gioia allo stato puro. Difficile è stato mantenere la pace dei sensi quando oltre all’ordine per casa editrice il mio fallace senso del razionale ha tentato di sovrapporre ulteriori ordini: per colore, per forma, per grandezza, alfabetico, cronologico. Ho pensato che sarebbe stato bello avere questi ordini tutti insieme. Un ordine unico, circolare e generale. Evidentemente però, le case editrici trovano più rasserenante produrre decine di collane con nomi assurdi, colori male assortiti, forme e caratteri opposti. Una tragedia per la mia nevrosi, insomma.
L’ho finito. Le vergini suicide. Jeffrey Eugenides. E adesso mi sento svuotata. Finalmente, qualcuno che quanto a contraddizioni mi supera.

Forte e delicato. Come ricevere un getto d’acqua bollente sulla schiena mentre un violino suona dietro alla porta del bagno. Intenso. Emozionante.
Drammatico e poetico.
Coinvolgente anche se il narratore collettivo si sforza di essere obiettivo: un’indagine scientifica infarcita di emozioni, di riflessioni personali, di ricordi.
E’ molto strano: Eugenides ha rivelato già nelle prime pagine del romanzo come sarebbe andata a finire. E, nonostante questo, la curiosità mi ha divorato come un tarlo fino all’ultimo maledetto punto. Sapevo già tutto: cinque sorelle, il primo suicidio e poi gli altri, la morte come condivisione. Eppure: sono rimasta incantata fino all’ultima pagina, mi sono rammaricata, ho provato sdegno, ho sorriso fino alla fine. Nessun capovolgimento di fronte, nessun colpo di scena studiato ad arte. Tutto era già scritto. E ha funzionato. L’intreccio di quotidianità e sogno, la contrapposizione tra le metafore poetiche, mai banali, e i fatti così crudi, così terribilmente concreti.
La storia è là, davanti ai vostri occhi – cinque sorelle scelgono di suicidarsi e nessuno sa perché – e se pensate di aspettare la fine per sbrogliare l’intera matassa di interrogativi, non arrabbiatevi se resterete con un paio di scarpe sbiadite fra le mani, e una spazzola e uno specchio rotto e vecchi medicinali. L’unico modo per sentirsi un po’ meno fantasmi è toccarsi.












