author: Semra @ 16:02
category: quotidianità non-sense, escursioni mentali
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I just don’t know what to do with myself.
È uscito un mio articolo con un titolo orribile dato da chissachi. Sono andata a un colloquio per fare l’hostess e alla domanda cosa non vorresti fare nella vita ho risposto l’hostess. Sono rientrata alle due di notte e mi sono svegliata alle tre perché il mio coinquilino ubriaco ha pensato di poter dar prova della sua mascolinità rovesciando divani e sedie spegnendosi sigarette sulle braccia picchiando la sua fidanzata e urlando viva l’anarchia. Ecco che giorni sono.
Giorni di allergia e indolenza perenne. Di fazzoletti che non bastano mai e polline che si insinua negli occhi e nelle narici, di starnuti soffocati alla lezione di biblioteconomia. Giorni in cui le ore sembrano rimpicciolite e la biancheria sporca si moltiplica, diventa una montagna di biancheria sporca, e i batteri e i sensi di colpa proliferano che è una bellezza.
Però. Però il cielo è tornato blu: Roma inquinata strombazzante e col traffico nauseante, il frigo sporco e vuoto, il coinquilino ubriaco di nuovo sobrio e innamorato, la coinquilina malmenata di nuovo in salute e innamorata. Il vento improvvisamente furioso, i miei capelli sempre annodati, e da dieci giorni mangio tranci di pizza alla fermata del novanta. Questa nuova pizza, la pizza del cinese alla fermata del novanta, non ha nulla a che vedere con quella dell’arabo di piazza De Cristoforis. A volte cerco di ritrovare nella crosta e nella mozzarella il ricordo di un sapore che non voglio dimenticare. Ogni morso è un tentativo, ma mentre mastico il nuovo sapore si mescola col ricordo e mi lascia confusa. Sulla lingua e sul palato e nello stomaco questo sapore non è mai quello giusto e mi viene voglia di prendere autobus metro e altro autobus, volare dall’altra parte della città per addentare un trancio di pizza dell’anno scorso, guardare l’arabo negli occhi e chiedergli com’ero io quando venivo qui. Sono cambiata? E tu, senza di me, sopravvivi?
Ci sono giorni in cui provo a raccontarla, questa mia ricerca persa nelle papille gustative e nello sforzo di ricordare. Ma sono parole che rimangono sospese nel vuoto, fra la mia bocca e la crosta bruciata, perché nessuno è capace di guardare oltre il disprezzo per il pomodoro troppo poco cotto e intuire che, in fondo, ho solo paura. Sì. Ho paura, e per un morso di pizza del cinese alla fermata del novanta capisco che ci sono finestre da cui non posso guardare. Ho paura di me, che mi dimentico chi sono, chi ero qualche morso fa, in un’altra casa con qualche mese di meno. Ho paura e non riesco a farlo capire nemmeno masticando più piano. Ho paura e credo sia grave, perché bastano i rumori della carta della pizza a farmi venire voglia di scappare.
È uscito un mio articolo con un titolo orribile dato da chissachi. Sono andata a un colloquio per fare l’hostess e alla domanda cosa non vorresti fare nella vita ho risposto l’hostess. Sono rientrata alle due di notte e mi sono svegliata alle tre perché il mio coinquilino ubriaco ha pensato di poter dar prova della sua mascolinità rovesciando divani e sedie spegnendosi sigarette sulle braccia picchiando la sua fidanzata e urlando viva l’anarchia. Ecco che giorni sono.
Giorni di allergia e indolenza perenne. Di fazzoletti che non bastano mai e polline che si insinua negli occhi e nelle narici, di starnuti soffocati alla lezione di biblioteconomia. Giorni in cui le ore sembrano rimpicciolite e la biancheria sporca si moltiplica, diventa una montagna di biancheria sporca, e i batteri e i sensi di colpa proliferano che è una bellezza.
Però. Però il cielo è tornato blu: Roma inquinata strombazzante e col traffico nauseante, il frigo sporco e vuoto, il coinquilino ubriaco di nuovo sobrio e innamorato, la coinquilina malmenata di nuovo in salute e innamorata. Il vento improvvisamente furioso, i miei capelli sempre annodati, e da dieci giorni mangio tranci di pizza alla fermata del novanta. Questa nuova pizza, la pizza del cinese alla fermata del novanta, non ha nulla a che vedere con quella dell’arabo di piazza De Cristoforis. A volte cerco di ritrovare nella crosta e nella mozzarella il ricordo di un sapore che non voglio dimenticare. Ogni morso è un tentativo, ma mentre mastico il nuovo sapore si mescola col ricordo e mi lascia confusa. Sulla lingua e sul palato e nello stomaco questo sapore non è mai quello giusto e mi viene voglia di prendere autobus metro e altro autobus, volare dall’altra parte della città per addentare un trancio di pizza dell’anno scorso, guardare l’arabo negli occhi e chiedergli com’ero io quando venivo qui. Sono cambiata? E tu, senza di me, sopravvivi?
Ci sono giorni in cui provo a raccontarla, questa mia ricerca persa nelle papille gustative e nello sforzo di ricordare. Ma sono parole che rimangono sospese nel vuoto, fra la mia bocca e la crosta bruciata, perché nessuno è capace di guardare oltre il disprezzo per il pomodoro troppo poco cotto e intuire che, in fondo, ho solo paura. Sì. Ho paura, e per un morso di pizza del cinese alla fermata del novanta capisco che ci sono finestre da cui non posso guardare. Ho paura di me, che mi dimentico chi sono, chi ero qualche morso fa, in un’altra casa con qualche mese di meno. Ho paura e non riesco a farlo capire nemmeno masticando più piano. Ho paura e credo sia grave, perché bastano i rumori della carta della pizza a farmi venire voglia di scappare.











