venerdì, 11 agosto 2006
author: Semra @ 02:28
category: la chiamano poesia, special post
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Rossa Signorina d'Inverno

Di Giuseppe Iannozzi

Bio Iannozzi lit-blog


Come sempre m’avevi promesso
che m’avresti consolato
con un po’ di magro sesso
perché l’amore proprio no,
non potevi darmelo così presto
E io mi dannavo per la rosa
rossa fra le tue gambe nascosta,
inaccessibile più delle chiese
quando sull’altare cade il Figlio,
quello prediletto e ucciso da Dio
 
Mi hai lasciato nel momento estremo:
si canta la frustrazione la rivoluzione
Ma non va avanti niente, solo gl’affanni
di quegl’uomini un po’ brilli e stanchi
che più non sanno da che parte stare
se l’ira del Palazzo d’Inverno continuare
a sfidare
 
Alla stazione i treni son tutti vuoti
Agli arrivi sono in tanti, aspettano
sgranando gl’occhi per una visione
che li porti in salvo (per una visione)
Alla stazione tanti coi cappotti tirati alti:
gridano parole di dimenticati santoni,
sgranano un’avemaria e chiudono gl’occhi
al fumo che li acceca (che li acceca)
e tutto gli fa veder rosso (per maledizione)
 
Mi hai lasciato e m’avevi promesso
che non sarebbe più successo nell’immediato
Così adesso mi tocca trascinarmi
in mezzo alla folla al fumo alle parole
in cerca di te, in cerca d’una come te
coi capelli rossi d’inferno e paradiso
pria che sia il crollo del Palazzo d’Inverno

 

Audrey Hollander

 

Su Un Tappeto Di More

A Giuseppe
per il nostro rosso d'inverno,
di Follia, di capelli e di ciliegie.


La nostra visione: così

ci siam persi in un viavai

di silenzi senza sguardi,

di anniversari vuoti e impolverati

di lettere a cui non ho mai risposto

e libri amati che non ho mai letto.

 

Una stazione sporca di vino,

di puttane e gente morta

che si finge in vita

per il gusto di ammazzare

il silenzio e berciare

le proprie pene al mondo.

 

Il rosso dell’inferno: ecco

la nostra visione.

Col fumo negl’occhi

vagavamo illudendoci

di poterci bastare

di poter durare

fino alla prossima stagione

col fumo negl’occhi

e un po’ di caldo per dormire

fino alla prossima rivoluzione.

 

Ma ho smesso di cercare.

Cos’è rosso? Questo il limite.

La mia risata, e questo pugno

di nuvole severe

e la superficie della pietra.

Potrei credermi viva

per sentirmi morire piano.

Ma adesso ho solo voglia

di ciliegie rosse

da mangiare baciandoti, amore

riversa su un tappeto di more.


lunedì, 17 luglio 2006
author: Semra @ 11:30
category: escursioni mentali, la chiamano poesia
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La poesia è un ritorno al reale del quale
il pensiero concettuale ci spossessa
(Yves Bonnefoy)

 

controluce

 

Non capisco la luce

che mi sveglia ogni mattina,

come il respiro di qualcuno

dietro al collo e sugli occhi.

Stanotte i miei fantasmi

sono venuti a togliermi i denti:

tutti, con quel trapano

che mi ha bucato il cervello

e poi la bocca.

Dritti fino al nervo

mentre la notte era fresca

di parole rissose senza pensieri

e di inutili perdoni.

Come il giovane pazzo

che medita nel letto

con la finestra aperta sulla strada

incapace di prendere la mira

o di saltare.

Si rigira sui fianchi inquieto

fra le lenzuola sbrindellate di ricordi.

 

Non capisco la gente

che mi assale ogni mattina

come se io potessi scomporre

o unificare il mondo

come se dietro al mio frigorifero

non ci fossero già polvere e

germi in abbondanza.

Per un gioco che inizia

un altro va concluso

e per un pugno d’odio

in piena faccia

una preghiera va insegnata.

Ma adesso

gli inquilini sono andati

(del mondo non ne sanno

certo più di me)

la polvere germina

dietro al frigorifero

e la compagnia dei Santi

mi sta alle calcagna.