lunedì, 11 giugno 2007
author: Semra @ 17:00
category: quotidianità non-sense, escursioni mentali
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Cielo da capitale

Succede che a un certo punto sento che si avvicina. Non mi serve nemmeno cercare con gli occhi i cartelli stradali, controllare il numero dei chilometri mancanti:  quando arriva, non posso fare a meno di percepirlo. E all'istante,  senza fare il minimo sforzo, sto meglio. E' come se il macigno che gravitava sul mio stomaco decidesse autonomamente di sollevarsi, è come se il groppo che mi ostruiva la gola si facesse liquido: i nervi si distendono, le vene si ingrossano, il sangue prende a pompare veloce, e forte, e vitale. Polmoni, cuore, cervello, cuore, polmoni. Respiro.
Sono al sicuro, adesso, di nuovo a Roma.
venerdì, 01 giugno 2007
author: Semra @ 20:43
category: quotidianità non-sense, escursioni mentali
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ice cherries

Premesso che sono giorni in cui io e la coerenza siamo abbastanza in rotta, e che comunque ci siamo sempre parlate poco, guardate in cagnesco e pacificamente evitate, mi sento come un granello di polvere in una cattedrale. Troppe cose da vedere, troppe cose da sentire, niente su cui incastrarsi. Sbatto la testa senza fermarmi, lascio i libri a metà, mi dimentico i nomi, sono attratta da tutto e da niente. Mi manca la forza di gravità negli occhi, che appena li lascio cadere su qualcosa mi portano altrove, spinti da connessioni senza senso.

Sto mollando.
Lentamente, inesorabilmente.
Le cose mi sfuggono e faccio sogni imbarazzanti che non ho mai fatto, di sangue e adrenalina, di quelli che ti fanno svegliare sudata e con un poco promettente principio di emicrania.

Le giornate mi scivolano addosso come gelatina sullo specchio. Se mi chiedi come sto ti rispondo sto bene e poi passo la giornata a chiedermi se è vero.
Come sto?
Mi gira la testa. Ho sempre freddo e paura di ammalarmi e invecchiare. Mi sento una visionaria, una pentita, una che parla e non conclude.

Non c’è male, insomma.

sabato, 19 maggio 2007
author: Semra @ 16:02
category: quotidianità non-sense, escursioni mentali
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I just don’t know what to do with myself.

È uscito un mio articolo con un titolo orribile dato da chissachi. Sono andata a un colloquio per fare l’hostess e alla domanda cosa non vorresti fare nella vita ho risposto l’hostess. Sono rientrata alle due di notte e mi sono svegliata alle tre perché il mio coinquilino ubriaco ha pensato di poter dar prova della sua mascolinità rovesciando divani e sedie spegnendosi sigarette sulle braccia picchiando la sua fidanzata e urlando viva l’anarchia. Ecco che giorni sono.
Giorni di allergia e indolenza perenne. Di fazzoletti che non bastano mai e polline che si insinua negli occhi e nelle narici, di starnuti soffocati alla lezione di biblioteconomia. Giorni in cui le ore sembrano rimpicciolite e la biancheria sporca si moltiplica, diventa una montagna di biancheria sporca, e i batteri e i sensi di colpa proliferano che è una bellezza.

Però. Però il cielo è tornato blu: Roma inquinata strombazzante e col traffico nauseante, il frigo sporco e vuoto, il coinquilino ubriaco di nuovo sobrio e innamorato, la coinquilina malmenata di nuovo in salute e innamorata. Il vento improvvisamente furioso, i miei capelli sempre annodati, e da dieci giorni mangio tranci di pizza alla fermata del novanta. Questa nuova pizza, la pizza del cinese alla fermata del novanta, non ha nulla a che vedere con quella dell’arabo di piazza De Cristoforis. A volte cerco di ritrovare nella crosta e nella mozzarella il ricordo di un sapore che non voglio dimenticare. Ogni morso è un tentativo, ma mentre mastico il nuovo sapore si mescola col ricordo e mi lascia confusa. Sulla lingua e sul palato e nello stomaco questo sapore non è mai quello giusto e mi viene voglia di prendere autobus metro e altro autobus, volare dall’altra parte della città per addentare un trancio di pizza dell’anno scorso, guardare l’arabo negli occhi e chiedergli com’ero io quando venivo qui. Sono cambiata? E tu, senza di me, sopravvivi?

Ci sono giorni in cui provo a raccontarla, questa mia ricerca persa nelle papille gustative e nello sforzo di ricordare. Ma sono parole che rimangono sospese nel vuoto, fra la mia bocca e la crosta bruciata, perché nessuno è capace di guardare oltre il disprezzo per il pomodoro troppo poco cotto e intuire che, in fondo, ho solo paura. Sì. Ho paura, e per un morso di pizza del cinese alla fermata del novanta capisco che ci sono finestre da cui non posso guardare. Ho paura di me, che mi dimentico chi sono, chi ero qualche morso fa, in un’altra casa con qualche mese di meno. Ho paura e non riesco a farlo capire nemmeno masticando più piano. Ho paura e credo sia grave, perché bastano i rumori della carta della pizza a farmi venire voglia di scappare.

giovedì, 26 aprile 2007
author: Semra @ 13:08
category: quotidianità non-sense, fun-cazzismo, escursioni mentali
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Assonnata. Pressione bassa. Partenza imminente. Strani presentimenti, come un grumo di nuvole nere sulla mia testa, come una spada di damocle col filo logoro, come il mio ginocchio che trema nervosamente, come un senso di schifo per ogni cosa, questa scrivania, questo caffè, questa compagnia, questa valigia.
La sensazione che niente sia mai abbastanza per nessuno, non mi aiuta.
La sensazione che io non sia mai abbastanza, mi rivolta le budella.

Se sono calma, sono sedentaria.
Se sono lucida, sono distante.
Se sono gentile, sono servile.
Se sono magra, sono anoressica.
Se sono scollata, sono discinta.
Se sono precisa, sono polemica.
Se sono imprecisa, sono sciatta.
Se sono, sono troppo.

Ciò che fa più male è questa vile incapacità di sputare sui giudizi, di dire sì ho il sangue freddo e non mi faccio prendere dal panico, affronto le discussioni in maniera civile non alzo la voce non mi faccio sentire non mi trasformo in mr. Hyde quando mi arrabbio sono una di parole e non di improperi i tipi bruschi mi fanno venire l’orticaria la malaria il vomito e allora? sono precisa metto sempre i puntini sulle i non mi piace generalizzare affrontare le cose in maniera superflua e non far finta di aver sempre capito o non metterci mai il naso perché chissà magari faccio brutta figura no io me ne frego delle brutte figure se una cosa non mi soddisfa non me la sento di giocarmi la testa ma comunque scelgo bene ciò per cui vale la pena perdere sangue e pazienza e in alcune cose sono anche imprecisa disordinata lascio tutto alla rinfusa non me la sento di raggiungere la perfezione in tutto la vita è breve voglio concedermi solo alle cose davvero importanti sì la penso così, e quindi? è vero sono alta e magra un fuscello il mio indice di massa corporea è sedici punto settantuno e la bilancia della farmacia mi dice che sono sottopeso e che se vivessi in Spagna non mi farebbero salire sulle passerelle ma sti cazzi non voglio fare la modella tantomeno in Spagna io mangio quello che mi va quando mi va e non ingrasso che colpa ne ho dove sta scritto che se non ho la cellulite devo meritare il tuo disprezzo di persona frustrata in conflitto con le copertine dei vogue e dove sta scritto che se un giorno mi salta in testa di mettermi tacchi e scollatura quel giorno il livello del mio Q.I. scenderà in picchiata fino a raggiungere il grado di velina letterina ochetta stronzetta senza speranza dove sta scritto che se vesto la taglia quaranta ti puoi arrogare il diritto di dire che sono anoressica (o quasi anoressica ma che diavolo significa quasi anoressica, o lo sei o non lo sei, non esiste quasi), dove, dico io DOVE. CAZZO. STA. SCRITTO.

Ho finito. Per ora.

venerdì, 13 aprile 2007

Luce gialla e tabacco sfuso un po’ ovunque. Potrei cominciare il post con un tragico panegirico sulla mia frustrante condizione di nomade involontaria, sbattuta da una non-casa all’altra, amareggiata dai tentativi infruttuosi di dare una dimora stabile ai miei libri e ai miei calzini, sconvolta dalla repentinità dei cambiamenti di umore nelle relazioni umane, a tratti desiderosa di convertirmi alla religione dei clochard.
Ma non lo farò.

 

Da qualche giorno sono ossessionata dalle ossessioni. Non riesco a non averne, e se mi accorgo di averne troppo poche, le cerco, le invento. Però quando le trovo, mi sento in pace con me stessa. Soddisfare piccole nevrosi mi rende serena.
Per esempio oggi. Sistemare i libri in ordine di casa editrice mi ha regalato attimi di gioia allo stato puro. Difficile è stato mantenere la pace dei sensi quando oltre all’ordine per casa editrice il mio fallace senso del razionale ha tentato di sovrapporre ulteriori ordini: per colore, per forma, per grandezza, alfabetico, cronologico. Ho pensato che sarebbe stato bello avere questi ordini tutti insieme. Un ordine unico, circolare e generale. Evidentemente però, le case editrici trovano più rasserenante produrre decine di collane con nomi assurdi, colori male assortiti, forme e caratteri opposti. Una tragedia per la mia nevrosi, insomma.

 

L’ho finito. Le vergini suicide. Jeffrey Eugenides. E adesso mi sento svuotata. Finalmente, qualcuno che quanto a contraddizioni mi supera.

eugenides - le vergini suicide

Forte e delicato. Come ricevere un getto d’acqua bollente sulla schiena mentre un violino suona dietro alla porta del bagno. Intenso. Emozionante.
Drammatico e poetico.
Coinvolgente anche se il narratore collettivo si sforza di essere obiettivo: un’indagine scientifica infarcita di emozioni, di riflessioni personali, di ricordi.

E’ molto strano: Eugenides ha rivelato già nelle prime pagine del romanzo come sarebbe andata a finire. E, nonostante questo, la curiosità mi ha divorato come un tarlo fino all’ultimo maledetto punto. Sapevo già tutto: cinque sorelle, il primo suicidio e poi gli altri, la morte come condivisione. Eppure: sono rimasta incantata fino all’ultima pagina, mi sono rammaricata, ho provato sdegno, ho sorriso fino alla fine. Nessun capovolgimento di fronte, nessun colpo di scena studiato ad arte. Tutto era già scritto. E ha funzionato. L’intreccio di quotidianità e sogno, la contrapposizione tra le metafore poetiche, mai banali, e i fatti così crudi, così terribilmente concreti.

La storia è là, davanti ai vostri occhi – cinque sorelle scelgono di suicidarsi e nessuno sa perché – e se pensate di aspettare la fine per sbrogliare l’intera matassa di interrogativi, non arrabbiatevi se resterete con un paio di scarpe sbiadite fra le mani, e una spazzola e uno specchio rotto e vecchi medicinali. L’unico modo per sentirsi un po’ meno fantasmi è toccarsi.

sofia coppola - il giardino delle vergini suicide

venerdì, 30 marzo 2007

Mi agitano le giornate senza perché. Specialmente quando mi rendo conto di aver sterminato nel giro di otto minuti e trentasette secondi una parte considerevole dei miei macchinosi – e forse pure geniali – progetti.

 La mia Non Casa è vuota. Il giramondo è in giro per il mondo, appunto. Il fratellino è in giro per la città a trastullarsi con la Giramondo Car. La bibliofila (e non solo) si gode il weekend col fumettofilo. La Super Terriball Phlow è partita per nuove mirabolanti avventure.

Io scrivo con la velocità di una balena drogata. Cosa si prova a dormire quattro ore e mezza in tre giorni? Adesso lo so. Se mi prendessero a vangate non me ne accorgerei se non vedendo la mia rotula rotolare (una rotula rotola, no?) ai miei piedi.

Ora di cena e niente fame. [Il disordine alimentare è diventata la mia religione, ormai. Ho scoperto che i grassi saturi alle ore più impensate del giorno accelerano la produzione dell’ormone della felicità. Almeno per quanto mi riguarda.]

Tutto ciò che ho sono gli Arcade Fire, il download quasi completo di un cult movie degli anni ottanta e un sito per feticisti di piedi e gambe da recensire. Recensire, sì, avete capito bene. E anche se immagino i risolini soffocati che stanno facendo vibrare i vostri baffi, vi dico subito che lo faccio per pura vocazione giornalistica. Già già.

 

A chi mi taccia di essere donna crudele&insensibile solo perché su msn blocco un contatto al giorno, legga questo stralcio di amichevole conversazione e poi mi dica chi è l’insensibile, qua:

 

Q: martedì sera, ore venti. Vieni con me ad una conferenza?

S: quale conferenza?

Q: Parmenide, Einstein e l’irrealtà del tempo.

S: una cosuccia leggera, insomma.

Q: il tuo ruolo è fondamentale.

S: non so perché, ma ho paura a chiederti di continuare.

Q: devi esserci.

S: avanti, dov’è la fregatura?

Q: ecco…dovresti fingere di non conoscermi.

S: allora potresti fingere che io sia lì seduta al penultimo posto dodicesima fila.

Q: ehm, no. Dovresti anche tenere d’occhio F. per tutta la durata della conferenza. E dirmi, alla fine, se mi ha guardato per quanto mi ha guardato come mi ha guardato e che facce ha fatto.

S: …

Q: …

S: …

Q: …

(sipario)

 

Ho già detto che l’album degli Arcade Fire che ascolto si chiama Funeral?

mercoledì, 28 marzo 2007
author: Semra @ 13:20
category: quotidianità non-sense, cronache dalla terra
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Ticchettio di dita sulla tastiera. Incessante. Sono trenta dita, che tra pochi minuti diventeranno almeno cinquanta in questo ufficio che sembra la sala da pranzo di un appartamento dismesso. Se mi concentro, questi rumori possono diventare snervanti. Se mi concentro su questi rumori, questo pomeriggio può diventare insostenibile. Se mi concentro su questi rumori per tutto il pomeriggio, questa giornata può diventare un inferno.

 

Sarà meglio che mi concentri su qualcosa di piacevole.

 

Per esempio.

Una casa dell’infanzia. Giocattoli impolverati. Un maggiordomo decrepito. Una famiglia che nella disgrazia economica si riunisce. Amori finti. Fiori bianchi, meravigliosi. Una fanciulla deliziosa che sembra Alice Nel Paese Delle Meraviglie in versione-glamour-rivisitata-per-spettatori-bisognosi-di-colpidifulmine. Donne sole e uomini soli. La promessa di ritrovare un giardino in ogni luogo. Una chitarra stonata. Un capitalista arrogante. Una cameriera frivola e innamorata. I soldi portano preoccupazioni: una triste verità. Non tutto puoi comprarlo coi soldi: una bella verità. Tre gradi sotto lo zero. Tanto, tanto walzer. Un’aristocratica abituata allo sperpero, indebolita dalle pene d’amore. I ricordi messi all’asta. La Russia. Parigi. L’utopia di sentirsi al di sopra dell’amore. Champagne a fiumi e tasche vuote. La natura distrutta. Un fiume maledetto. La partenza definitiva.

E ciliegi: un oceano di ciliegi in fiore.

 

Tutto questo ieri sera, al Teatro Vascello. Giuro che uscendo avevo una maledetta voglia di ballare il walzer.

 


Cherry Tree

mercoledì, 11 ottobre 2006
author: Semra @ 15:47
category: quotidianità non-sense, escursioni mentali, cronache dalla terra
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Ronzio di processori in sottofondo. Hanno creato una piazza telematica per l’università. Figo, peccato si trovi in un bunker sotterraneo & isolato e che per arrivarci debba prendere la metropolitana e farmi un tratto a piedi sotto sole/pioggia/neve/uragani.

Ho iniziato i corsi, e per questo sarò meno presente on line. La buona notizia è che ho cominciato la dura vita universitaria con slancio energico e creativo. La brutta è che solitamente la durata media di questi slanci è di circa una settimana e mezzo. Staremo a vedere.

Per ora mi godo questa pazzia del rettorato: 198 postazioni multimediali di ultima generazione, area cablata in rete LAN, locale climatizzato, pareti blu, bianche e arancioni, sedie ergonomiche in regola con la normativa vigente. E, dulcis in fundo, tanti e tanti bei studenti del DAMS, biondi occhiali da sole e aria da Sono-nato-per-vincere-ma-nessuno-lo-capirà-mai-perché-sono-un-artista, il che mi inibisce dall’accamparmi proprio qui fuori per usufruire della connessione aggratis nell’orario consentitomi, cioè dalle 09.00 alle 19.00, per non rischiare un contagio irreversibile di Damsite. Peccato, mi sarei accampata ben volentieri, su una di queste graziose scrivanie di compensato chiaro, immersa in un’aria inspiegabilmente (dato che abbiamo aperto tutte le uscite di emergenza) pesante, tra laureandi DAMS in maglietta aderente e rigorosamente a strisce. Questa delle strisce, poi, è da capire. Per quale oscura ragione l’80% degli iscritti al DAMS indossa bizzarre magliette a strisce bianche e rosse, o bianche e blu, in stile marinaresco, e porta capelli tinti di biondo e lunghi fino a oltre l’orecchio, in stile Ken? E’ mio compito tentare di dare una risposta a questa annosa questione, almeno fino a che non avrò trovato un impiego più costruttivo. Brr: intanto rabbrividisco.

 

Ho tra le mani un nuovo quotidiano: E Polis. Ovviamente quello di Roma (la pubblicità però promette: ovunque nel mondo). Non ho ancora ben capito se si tratti di free press, o se tra poche settimane sarà in edicola con tutti gli altri. Per ora, comunque, ne vengono diffuse 200.000 copie al giorno in tutta la città, gratis. Il che già sarebbe un punto in suo favore - ma dipende, comunque. Prima pagina senza editoriale, con il titolo d’apertura che campeggia tutto solo: “Stuprata in piazza Navona. E’ il terzo caso, la città trema”, e che però rimanda a pagina 24. Sfoglio le pagine grigie, ma mi fermo prima, a pagina 9, dove leggo un’interessante intervista a Giorgio Faletti. Scopro che ha scritto un nuovo libro, e che per due anni ha dovuto compiere ricerche in Arizona, a Flagstaff, dov’è ambientata la storia. Fuori da un evidente destino, infatti, è un altro thriller, a quanto pare vietato, costruito attorno alla personalità affascinante di un Navajo e al ruvido Far West, proprio quello di Tex Willer e di Sam Peckinpah. Non ho tempo di fermarmi a pensare che il tema centrale - la ricerca della propria personalità - può sembrare alquanto banale per uno che con i tre milioni di copie di Io Uccido ha fatto un esordio da leone, perché le mie riflessioni cadono altrove. Precisamente su un dubbio, un interrogativo ancora più angosciante di quello sullo stile deprecabile degli studenti DAMS. E cioè: come vive uno scrittore che per due anni si ritira in Arizona per studi, sopralluoghi e preparazioni sul suo capolavoro? Campa sui successi dei precedenti best seller, mi risponderete voi. Vero, nel caso di Faletti. Ma se lo scrittore in questione fosse in realtà un aspirante scrittore? Dovrebbe appartenere all’alta borghesia o alla media aristocrazia, o perlomeno essere sotto la protezione di un qualche straricco mecenate. E da qui la dolorosa presa di coscienza. Gli aspiranti scrittori poveri in canna possono solo immaginare l’Arizona, consumare pasti frugali e risparmiare sull’energia elettrica usando candela, penna e calamaio. Almeno finché non verranno erogati finanziamenti a fondo perduto per romanzieri in cerca di fortuna…

Un'evidente destino. Ci siamo dentro fino al collo.

venerdì, 06 ottobre 2006

Aria viziata. Portatile rotto. L’Espresso terminato, in edicola.

Anche Clemente Mastella si è rotto i coglioni.

E gli stilisti, loro sì che ne fanno di tutti i colori, ovviamente solo per provocare: in passerella si va dalla modella totalmente nuda (per valorizzare un cappello, che vi credete), a quella di 180 kg (per rispondere alle proteste sull’eccessiva magrezza nel mondo della moda).

 

Bottiglie vuote di vino rosso in fila sul tavolo. Dovrei rifare il letto.

Secondo il The Sunday Telegraph il botox può causare dipendenza. Si può avere un incontrollabile bisogno di spianarsi le rughe? Sì, secondo me sì. E un’overdose da “spianarughe”? Bisognerebbe indagare, ed eventualmente estendere la legge Bossi-Fini anche a questa micidiale tossina paralizzante. Ma a questo punto mi aspetto che comincino a limitare anche l’uso della Playstation, dell’I-Pod, dei blog, dei That’s Amore Findus, delle fotocamere digitali, dei biglietti dell’autobus, degli abbonamenti allo stadio, delle frangette alla Cleopatra, del tiramisù, del Cosmopolitan, dei giocatori di calcio nelle pubblicità, dei corsi di lingua interattivi, dei locali di danza del ventre.

 

Ho tagliato i capelli. Ma poco, pochissimo, così poco che temo di aver buttato i soldi, un’altra volta.

 

Un sacco di film da vedere. Thank you for smoking. Black Dahlia. Profumo. Ma soprattutto Palazzo Yacoubian, che in Italia (ancora?) non è stato distribuito. Non perché è un ulteriore sdoganamento dell’omosessualità, e per questo, dicono, sta mettendo in subbuglio l’Egitto, anzi no, lo sta scioccando. Non è solo quello. C’è anche la miseria in cui è precipitato il Cairo, la corruzione dilagante di uno Stato che è come una mafia. E la rabbia dei più deboli, spinti verso il radicalismo religioso e il terrorismo. E’ per quello che voglio Palazzo Yacoubian: perché l’Egitto è solo una scusa, e in realtà ci siamo tutti dentro.

Intanto leggo su La Repubblica: Beyoncé stravince: il fondoschiena più bello è il suo. la popstar texana, 25 anni, ha scalzato Jennifer Lopez, finita addirittura ottava.”  Tsk, che schiappa.

 

Ieri sera sono entrata in una pizzeria che profumava di detersivo per pavimenti. Violetta d’estate, credo fosse la fragranza. Capisco che può essere piacevole constatare la diligenza nella pulizia di un locale pubblico, ma una pizzeria che profuma di detersivo alla violetta e non di pizza, o perlomeno di crosta bruciacchiata, è come l’uva senza semi, o gli auguri fatti al telefono, o il WC con lo sciacquone automatico.

Ok, ok, so di non essere il massimo nei paragoni, ma avete capito, no?

 

botox

domenica, 01 ottobre 2006
author: Semra @ 23:05
category: quotidianità non-sense, fun-cazzismo, escursioni mentali
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E’ che non riesco a prendere nulla con leggerezza. E’ che niente mi riesce semplice, da un po’ di tempo a questa parte. E’ che quando qualcosa mi riesce semplice la attribuisco al famigerato Fattore C che Prodi – dicono – possiede in abbondanza.

Ma è anche che io, sì, adoro essere fortunata in amore, ma un po’ di sano e orgoglioso (Culo) non mi farebbe male, ogni tanto. Giusto ogni tanto, per carità. Ma non perdiamoci, dunque, dicevo. La leggerezza.

Non è che disprezzi coloro che la vita la prendono come viene, e le giornate possono essere grigie, azzurre, col sole o con la pioggia, e a loro va bene uguale, ma io sono abituata a vedere il bicchiere tutto pieno o tutto vuoto. Le mezze misure mi vanno di traverso. E sarà che questo è decisamente un periodo di “mezzo”, di quelli tiepidi e color pastello, con le famose Cose Belle e le altrettanto famigerate Cose Brutte, così insostenibilmente mischiate e intrecciate che è quasi impossibile slegarle. Ma insomma, ho la nausea. Fino al cervello. Ho la nausea di questo continuo altalenare, di questi indecifrabili stati d’animo, di queste indecisioni imbarazzanti.

Comunque.

Sono tornata.

E quel che è peggio: sono tornata carica di buoni propositi.

Settembre per me è tempo di migrare, con la fantasia, lontano lontano, nel tempo e nello spazio.

Così ad ottobre, quando i voli pindarici mi scaraventano sulle mattonelle scrostate del mio appartamentino studentesco, sono già inevitabilmente depressa.

A parte le Cose Belle, ovviamente, che non sto qua ad elencare perché sono abbastanza scaltra da aver intuito che non si tratta di materia da blog. Oh, no.

 

Però, quasi quasi ve lo dico.

 

Ho fatto un’incursione-sorpresa a casa dei miei, dopo cinque ore di treno, un’ora e mezza di attesa della coincidenza (coincidenza???) e un’altra ora buona di viaggio.

Ho regalato a mio padre l’ultimo cd di quel diavolo di un Gilmour, che ovviamente lui aveva già da un pezzo masterizzato, ma fa nulla.

Ho fatto finta di ascoltare mia mamma che si preoccupava di quanto “sono sciupata”.

Ho inventato nuovi esercizi di training autogeno, mentre scoprivo che mia sorella ha trasformato uno dei miei top preferiti, nemmeno tre mesi di vita, in una gonna in stile retrò (!!!).

Ho sopportato gli sfottò di mio fratello sulla pizza ai pomodorini, niente a che vedere con la sua prosciutto e funghi. Ma perché, poi?

E, alla fine, non ho resistito. L’ho letto e l’ho fatto anch’io. Il test del cervello rosa. Tu scegli tra le immagini, e lui ti disegna il tuo profilo.

Con risultati sorprendenti! Talmente sorprendenti che da bella copiona ve li propongo qui di seguito. Mi ha detto:

 

You’re a girl. (E fin qua…)

You're twenty-something. (Ok.)

When it comes to politics, you're liberal. (Ok.)

You attended college. (Ok. Sgrunt.)

You'd prefer having a boyfriend. (Non ci sono dubbi.)

You'd choose boxers. (No comment...)

You exercise regularly. (Maddeché!)

You're a night person. (Bravo, ma non era difficile, su.)

Your desk is a complete mess right now. (Comincio ad avere paura.)

You're not very religious (Chissà perché, tutti pensano il contrario.)

You're the kind of person who thinks first and acts later. (Di solito non riesco a fare né l’una né l’altra cosa)

You feel drained by meeting lots of new people. (K.O. Abbandono il campo)

 

E mentre leggo Dave Eggers, che tra l’altro, devo dire per amor di cronaca, visto dal vivo è proprio un gran figo, penso che se mi iniettassi solo un grammo della sua leggerezza, le ore scorrerebbero senza fare troppo baccano.